tommasospagnoliEra il 2010 quando lasituazione decise di aprirsi ad un’idea di condivisione degli spazi e degli obiettivi. Allo stesso modo in questi ultimi anni sono nate numerose esperienze di “coworking” nella nostra città e tante altre stanno per vedere la luce. Anche se non tutte rispettano i canoni standard di ciò che viene definito “coworking” a livello europeo. Un realtà, quella del coworking, che può aiutare molte professioni a rialzare la testa dall’impasse della crisi e a proiettare una nuova tendenza di lavoro “social” nel futuro. Tra gli step più necessari vi è la formalizzazione di un’identità chiara del coworking a livello istituzionale e la creazione e l’ampliamento di un network fra coworking capitolini, nazionali ed internazionali. Questo anche al fine di stimolare un processo di aggiornamento delle amministrazioni locali in merito. Ne abbiamo parlato con Tommaso Spagnoli, uno dei suoi massimi esperti a livello nazionale, fondatore di SPQwoRk (il più grande esperimento di coworking romano) e ideatore del network Coworking Roma.

Quali sono le caratteristiche standard di un coworking?

Uno spazio open ed accogliente, con al suo interno sala riunioni, desk in spazio condiviso, qualche ufficio privato area relax macchina del caffè o magari una cucina. Oltre alla struttura è fondamentale una community, sia virtuale che fisica, ed una serie di eventi mirati per cementificarla. Non possono mancare internet wi-fi, stampante, scanner, fax e fotocopiatrice.

Come è la situazione dei coworking in Italia? Siamo in linea con gli altri Paesi europei?

Siamo indietro per alcuni aspetti, ma non tutti i coworking d’Italia sono “indietro” rispetto al resto d’Europa! Ad oggi la Germania è la nazione che conta più spazi di coworking, con Berlino ufficialmente capitale europea del coworking, a seguire Francia, Spagna e poi Italia. Questa graduatoria si basa però solo sul numero delle strutture per Paese. La Francia per esempio è stata pioniera per ciò che riguarda l’aspetto sociale del fenomeno, essendo stata la prima nazione a destinare fondi pubblici alle attività di coworking. In Italia, purtroppo non esiste omogeneità di concetto tra nord e sud, e quindi necessaria una netta distinzione della filosofia dei coworking da Firenze in su e da Firenze in giù!

Cioè?

Il tessuto lavorativo e sociale del Nord, con Milano a farla da padrona, è più favorevole allo sviluppo di questo tipo di soluzioni lavorative, dove la collaborazione ed il lavoro autonomo sono all’ordine del giorno. L’amministrazione pubblica, inoltre, è molto attenta nell’interpretare le proposte della cittadinanza, sempre più sensibile alle economie emergenti, che quasi sempre coincidono anche con le nuove tendenze. Il coworking nel Nord Italia è inoltre caratterizzato dalla presenza di brand internazionali, che si “infiltrano” negli spazi di coworking, al fine di riunire talenti ed energie creative, sempre fresche e volenterose, da inserire, poi, nelle grandi corporate. Le amministrazioni pubbliche del Nord Italia, pertanto, hanno promosso e divulgato diverse proposte  per agevolare economicamente freelancer che vogliono avviare start up nei coworking. Penso soprattutto a Milano e Ferrara.

E a Roma che situazione hai potuto costatare?

A Roma la tendenza è molto particolare e rispecchia sicuramente i meccanismi della politica capitolina. Ad oggi nell’area metropolitana di Roma si contano, in maniera ufficiosa, 20 spazi di coworking, anche se in molti non hanno tutte le “carte in regola” per definirsi tali al 100%. Non è ancora chiaro il concetto di network, di community… E si tende a promuovere un più sterile concetto di condivisone di spese, ad esempio, si trovano annunci che suonano così: “occupa il posto che ho in più”oppure “abbattiamo i costi fissi e andiamo avanti”. Altra spiacevole tendenza romana è quella di inserire il concetto di coworking nell’agenda politica di sinistra, promettendo aperture di spazi coworking in tuttta la provincia, interamente finanziati. Non solo: per riempire questi spazi pubblici si pensano bandi per assegnare le postazioni all’interno degli stessi spazi.

Che problema crea ciò?

Così facendo, in primis, non si crea un’economia reale – ma come al solito si sfrutta una forma di assistenzialismo che inevitabilmente finirà con lo scoppio della bolla –, in secondo non si promuove realmente il concetto di coworking, di condivisione del lavoro. Sono infatti convinto che le istituzioni romane, prima di pensare al progetto di aprire 200 coworking nella provincia romana, non abbiano fatto alcuna indagine di mercato per capire, ad esempio, quale sia effettivamente la vera distanza tra offerta e domanda, quante siano le realtà interessate ad aprire start up, quanti giovani professionisti e quanti lavoratori autonomi potrebbero essere interessati, etc. Come dicevo prima a Roma  solo poche realtà hanno adottato un modello più simile a quello europeo. Intendiamoci: non è che esista un modello europeo vero e proprio. Possiamo però dire che la tendenza delle strutture in Europa è quella di aprire le porte ad utenti anche solo per una giornata, senza prenotazione e con il cosiddetto “drop in”. Scrivanie flessibili, riunioni settimanali tra coworkiners, divisioni di compiti all’interno dello spazio, autogestione: tutte caratteristiche che è difficile reperire nelle strutture italiane.

C’è quindi un suggerimento che daresti a chi volesse aprire uno spazio di coworking?

Non bisogna essere per forza di cose in linea su tutto, l’importante è esaltare i valori del coworking riconoscibili nella condivisione di luoghi e conoscenze e nella prolificazione del proprio lavoro grazie alle sinergie sviluppate.

Quali credi che siano i vantaggi di un network di realtà di coworking a Roma? Pensi possa essere estesa a tutto il territorio nazionale?

I vantaggi sono soprattutto riguardo la possibilità di attivare delle politiche a favore dei lavoratori autonomi e delle società che decidono di lavorare all’interno di un coworking. Una rete è sempre una rete: mette in circolo contatti e competenze. Tutto ciò dona autorevolezza al sistema coworking, che ormai inizia a classificarsi come nuova forma di economia. A livello nazionale ci sono già delle reti. Stiamo cercando di metterle in moto con dei progetti comuni e durante il weekend del prossimo 8 dicembre si terrà a Roma la seconda edizione di Espresso Coworking, “nonConferenza” su coworking e lavoro, un format collaudato l’anno scorso ad Alessandria da lab121. Espresso Coworking può essere un’ottima occasione per raccontare le esperienze di coworking, evidenziando le criticità che abbiamo individuato nel corso delle nostre sperimentazioni e mettendole a disposizione in maniera fruibile per tutti i progetti in via di concezione.

Come vedi il settore del coworking nel futuro più immediato?

Sempre più multiforme, variegato ed esteso ad altre tipologie di lavoro. L’artigianato per esempio sarà un terreno di sicuro sviluppo per questa pratica lavorativa.

Che cosa faceva la differenza nelle migliori realtà europee che hai potuto vedere di persona?

Ogni realtà è diversa dall’altra… Penso che le migliori esperienze siano le iniziative con delle strutture molto grandi, dove si sperimenta la condivisione in maniera massiva. Beh, ve lo assicuro: lì c’è molto da vedere e da imparare.